la connotazione del maschio è quindi circa questa: rozzezza, violenza, prepotenza, forza fisica, irruenza, azione. In questo senso il maschio / uomo viene ben definito da alcuni modi di dire che usiamo o abbiamo usato circa tutti:
“L'uomo è cacciatore”
“L'uomo vero non piange”.
La dicotomia maschile/ femminile passa per altro da schemi semplici ma universalmente riconosciuti e noti: maschile è logico, dominante e forte; femminile è emotivo, sottomesso, debole.
La società non riesce a distaccarsi da questa concezione così come gli uomini stessi.
Non importa se addirittura nella cultura pop esistano prove di una maschilità diversa. “quello che le donne non dicono”, “almeno tu nell'universo”, “gli uomini non cambiano”, “non sono una signora” sembrano tutti stupendi inni alla femminilità. Beh, sono state scritte da uomini, con la loro sensibilità e la loro capacità tutta junghiana, e psicanaliticamente accettata, di analizzare come una femmina.
Che il maschio medio sia meno sensibile, diciamo così, della femmina è, sì, una semplificazione ma pur sempre una forma di verità. Che il maschio sia solo la sua parte descritta di sopra è, però, un limite della persona non del genere biologico. Strazianti romanzi, canzoni strappalacrime, sognanti poesie sono dei maschi. Il maschio, quello vero, trascende il cliché sociale della rozzezza perché come diceva Ernesto Guevara “si può essere duri senza perdere la tenerezza”.
Nel contemporaneo dibattito su patriarcato, violenza sulle donne, sessismo non si dovrebbe cercare di insegnare ai maschi a vedere diversamente le femmine. Semplicemente bisognerebbe spiegare loro chi sono veramente. Gli stessi che hanno scritto “l'amante di lady Chatterley” o “Buonanotte fiorellino”