Secoli di cultura elitaria e legata allo stato sociale hanno cristallizzato l'idea che "l'avido lettore", la persona colta, sia colui che legge romanzi.
Il romanzo è la lettura "aulica" per eccellenza. Nessuno si sognerebbe mai di schifare qualcuno per non aver mai letto un libro di anatomia ma è comune che ci si senta superiori perché abbiamo letto "Cime tempestose" mentre altri no. Questo ci nobilita, ci eleva. Sembra quasi poter essere una velata accusa. "Non ha mai letto nemmeno i Malavoglia" è una frase credibile, che ha una grammaticalità sociale. Non si può dire lo stesso se proviamo a sostituire i Malavoglia con Romatoday.
Pure se meno utile socialmente e singolarmente di un articolo di giornale sulla crisi climatica o di un'inchiesta sulle narcomafie, il romanzo è la perla della produzione scritta. Se chiedi quanti libri legge qualcuno l'anno intendi romanzi. Se parli di uno che ha letto tanto intendi romanzi. Sull'ingiustizia e sull'infondatezza di questo cliché si potrebbe scrivere ancora e molto ma qui ci interessa il simbolo. La produzione narrativa inizia con i testi sacri. Le storie sono quelle di dio, dei patriarchi, dei popoli eletti, dei profeti, dei capi militari. Sono la genesi delle nostre società, erano il modo per sapere chi siamo, da dove veniamo e in cosa crediamo. Leggere romanzi sembra avere ancora quello che probabilmente per molte culture era la conoscenza delle Scritture: la consapevolezza di come siamo arrivati qui. Come se una certa produzione scritta fosse un vissuto, sebbene d'altri, acquisibile dal soggetto, un vissuto che può sommarsi al proprio. Moderni testi sacri dunque. Non più resi monoliticamente dal "Libro" (bibbia, corano, talmud...) ma da un corpus riconosciuto. Come i testi sacri danno al lettore le esperienze di altri rendendolo consapevole dei valori condivisi e non della società. Il romanzo ultima sacra scrittura, che inizia chi lo legge alla storia del cammino umano, lettura per antomasia, come del resto "il Libro" è sacro sempre per antonomasia.